Quando un professionista, un manager, un imprenditore è in blocco professionale, commette sostanzialmente tre errori principali che non gli permettono di uscirne davvero.

Il primo errore è credere che il blocco si risolva semplicemente cambiando lavoro o azienda.

Si trova in un contesto in cui sta male, non è riconosciuto, magari il capo è aggressivo, l’ambiente è tossico, non vede futuro. Le giornate si ripetono tutte uguali. Si sente irrealizzato e insoddisfatto.

E allora pensa di risolvere aggiornando il curriculum, facendo un corso, affidandosi a qualcuno che gli trovi un’altra posizione, oppure – nei casi più evoluti – lavorando sul proprio posizionamento su Linkedin.

A volte il nuovo lavoro arriva davvero.

Il problema è che, dopo tre o sei mesi, molte delle dinamiche tossiche tendono a ripresentarsi. Il capo diventa di nuovo aggressivo. L’ambiente torna pesante. La sensazione di insoddisfazione riemerge.

Perché?

Perché cambiare lavoro non è la stessa cosa che cambiare identità.

Se non lavori su di te, ti porti dietro gli stessi schemi, gli stessi automatismi, lo stesso dialogo interno. E il blocco si sposta, non si scioglie.

Il secondo errore è pensare che il blocco sia solo professionale, tecnico e operativo.

Si pensa di non avere abbastanza competenze, abbastanza strumenti, abbastanza aggiornamento. Ma raramente il blocco è tecnico.

Il blocco è quasi sempre identitario.

Non è un problema di competenze o attitudine.

È che non sai più chi sei diventato.

Nietzsche diceva: “Diventa ciò che sei”.

Non è una frase motivazionale. È una responsabilità.

Significa essere fedeli a se stessi. Capire davvero quali sono le proprie potenzialità, le proprie competenze reali, le proprie passioni profonde. Significa allinearsi con se stessi.

Se non fai questo lavoro di consapevolezza, di autostima, di analisi del tuo dialogo interno, continuerai a cambiare contesto senza cambiare direzione.

E il pattern si ripresenterà. Anche dopo dieci aziende, anche dopo dieci lavori.

Il terzo errore, il più pericoloso, è restare fermi.

Rimandare. Piangersi addosso. Aspettare che qualcosa cambi come per magia.

Ogni blocco, professionale o personale, si risolve solo agendo.

Eraclito diceva che non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume. La realtà è movimento, è dinamismo continuo.

Se tu non agisci, non è la realtà che si ferma: sei tu che resti fermo mentre tutto intorno si trasforma.

E quando resti fermo, il blocco si consolida.

I tre errori, quindi, sono chiari.

Pensare che basti cambiare lavoro.

Pensare che il problema sia solo professionale.

Restare fermi.

Quello che invece bisogna fare è iniziare dalla propria identità. Lavorare su ciò che si è, su ciò che si vuole diventare.

Questo permette di passare alla seconda fase: immaginare, visualizzare il futuro che si desidera davvero.

Solo dopo si può rendere concreto quel futuro, trasformandolo in un piano operativo chiaro, con scelte definite e responsabilità precise.

È un processo di riallineamento con se stessi.

E, secondo la mia esperienza, è l’unico percorso serio per uscire dal blocco in modo stabile.

Perché se non sai da dove vieni, non sai nemmeno dove puoi andare.

E finché non prendi posizione su chi sei oggi, continuerai a cercare soluzioni esterne per un problema che nasce dentro te stesso.